Sant’Antonio tra leggende, riti e tradizioni…tutto ciò che c’è da sapere sulla festa tra le più amate in città

| 13/01/2017, 10:17

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di Ciro Mancino

Come mai i sanseveresi aspettano con ansia la festa di Sant’Antonio Abate? Perché tutto questo ‘calore’ nei confronti del santo Anacoreta? Effettivamente, a distanza di due giorni dalla processione del simulacro di Sant’Antonio e quattro dalla festa liturgica, è lecito chiedersi come mai tale evento in città ha un ‘sapore’ particolare quasi  come la festa del Soccorso o quella della Madonna del Carmine. Ma perché, dicevamo. Proviamo a spiegarlo:

1. Al di là delle tradizioni, l’aspetto più importante che deve essere sottolineato, è quello spirituale. Sant’Antonio, morto all’età di 107 anni (prima curiosità, questa volta anagrafica) è conosciuto ed amato perché è il protettore di tutti gli animali del creato (famosa è diventata la sfilata di cavalli e buoi che aprono il corteo anticipando il Simulacro), ma non solo. Si dice che sia anche protettore dei macellai, del fuoco (molto spesso l’incubo dei bambini è sentire dire questa frase dai genitori: “Fai il bravo sennò Sant’Antonio ti mette il fuoco in bocca”). L’aspetto del tutto sconosciuto alla maggior parte di cittadini, è che Antonio è anche il protettore degli smemorati. A tal proposito si narrano due filastrocche: “Sant’Antonio dal mantello di velluto fammi trovare ciò che ho perduto” e “Sant’Antonio dalla barba bianca fammi trovare ciò che mi manca”.

2. L’altro punto ha a che fare con le tradizioni. Ogni famiglia sanseverese in questo giorno non può non mangiare: le famose ‘pagnotelle’ di Sant’Antonio (un nodino di pasta lievitata con i semi di finocchio e un pizzico di zucchero) e le orecchiette con il sugo di salsiccia. La leggenda narra che, chi trova l’orecchietta più grande di tutte, deve lavare piatti e stoviglie. Dopo il pranzo, è importantissimo andare a vedere il palo della cuccagna, altra grande attrazione di grandi e piccini. Si prosegue con i giochi antichi, la sfilata dei cani e i duelli a suon di orecchiette mangiate senza l’aiuto delle posate, senza dimenticare il doveroso biglietto della pesca di beneficenza (la più antica, insieme con quella di San Rocco, a San Severo)

3. Anche i confratelli appartenenti all’omonima Arciconfraternita hanno una particolare divisa, insolita potremmo dire. Tutti quegli indumenti non sono messi a caso ed hanno un nome. C’è il camice, ovviamente, poi una sorta di grembiule rosso chiamata ‘penitenza’, la mantellina nera detta ‘muzzetta’, poi il tao, segno distintivo di Sant’Antonio in alto a destra ed infine il medaglione che sancisce, definitivamente, l’essere confratelli.

Insomma, che sia una festa speciale lo si capisce da questi (ed altri) tanti, tantissimi motivi. Un evento a cui ogni sanseverese non può mancare.

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